Questo è il mio"Best Of" per quanto riguarda il 2008, anno che ha visto un importante rilancio del genere AOR, con importanti novità come i nostrani My Land, grandi ritorni quali quelli dei Journey e di Jimi Jamison, senza dimenticare la conferma dei Brother Firetribe. Per quanto ho potuto apprendere, l' Heavy Metal di matrice classica non ha avuto grandissimi picchi, se escludiamo "Nostradamus" dei Judas Priest, che comunque si rivela molto diverso nello stile, il metal melodico di Bob Catley e i Jon Oliva's Pain. Da tenere presente, anche se non compare nella lista, il ritorno dei Metallica, che con "Death Magnetic" riassaporano quel Thrash Metal andato misteriosamente perduto negli anni '90.
Devo ammetterlo, quest'anno ho ascoltato pochi dischi Heavy Metal di nuova stampa, orientandomi maggiormente verso sonorità AOR e più melodiche. Però, qualche piccola eccezione l'ho dovuta fare obbligatoriamente. Non potevo fare a meno di sentire la nuova creatura di Jon Oliva, musicista dal genio infinito, nonchè vera e propria leggenda del metal, che con in superbi Savatage ha conquistato migliaia di fan in tutto il mondo (me compreso), ed è poi tornato sulla scena con la sua band, i Jon Oliva's Pain. Dopo gli ottimi " 'TageMahal" (2004) e "Maniacal Renderings" (2006), è giunto il momento per il terzo capitolo solista del grande Jon: "Global Warning". Come al solito, le canzoni che Jon e suoi ci propongono sono imbevute di malinconia fino al midollo, probabilmente a voler seguire i toni pessimistici che già dal titolo appaiono evidenti. La proposta musicale è comunque ottima, molto robusta e aggressiva in certi frangenti, basti pensare a "Adding The Cost" , "Before I Hang" , "Stories" , "You Never Know" e la robotica e futuristica "Master" . Le chitarre si presentano come costruttrici di un ritmo a volte cupo, a volte più delicato, soprattutto quando il loro suono viene delicatamente circondato dalla tastiera di Jon, magica come al solito. Capitoli suggestivi come "Look At The World" , "Open You Eyes" (che riporta un po' la mente a quel capolavoro chiamato "Streets" ) e la bellissima ballad "Firefly" , aumentano il tasso malinconico, impreziosiscono il valore del disco, deliziano i timpani. "Walk Upon The Water" è un vero "riassunto", per così dire, dell'intero lavoro, capace di alternare momenti di quiete, a tempeste rabbiose. Cenno d'obbligo alla meravigliosa copertina, dove degli scheletri siedono dinanzi ad un albero spoglio e oramai secco, sullo sfondo invece, un panorama catastrofico e apocalittico, quasi come fosse una profezia per il nostro futuro. Il "Mountain King" ha colpito ancora, al cuore come all'orecchio. Grande Jon.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 2008 Etichetta: AFM Genere: Heavy Metal
Tracklist:
01. Global Warning 02. Look At The World 03. Adding The Cost 04. Before I Hang 05. Firefly 06. Master 07. The Ride 08. O To G 09. Walk Upon The Water 10. Stories 11. Open Up Your Eyes 12. You Never Know 13. Someone/Souls
Line-Up:
Jon Oliva - Voce / Tastiere Matt LaPorte - Chitarra Kevin Rothney - Basso John Zahner - Tastiere Christopher Kinder - Batteria
Additional Musicians:
Ralph Santolla - Chitarra su "Adding The Cost" e "You Never Know"
La Finlandia si rivela essere sempre una terra dalla infinite sorprese musicali, soprattutto negli ultimi anni. Infatti, se il Power ci ha regalato gruppi come Stratovarius e Sonata Arctica, ora anche l' Adult Oriented Rock sembra promettere al popolo ascoltatore delle nuove promesse, in grado di tenere alta la bandiera del genere. I protagonisti sono i Brother Firetribe, band che vede tra le sue fila il chitarrista Erno "Emppu" Vuorinen, ascia dei Nightwish, e alla voce il talentuoso Pekka Ansio Henio, cantante anche dei Leverage (altra band proveniente dalla fredde terre finlandesi). Dopo il debutto a dir poco stupefacento avvenuto nel 2006 con la pubblicazione di "False Metal" , i nostri riescono a superarsi. Infatti, in questo già straordinario 2008, viene pubblicato il grandissimo "Heart Full Of Fire" , platter dalle melodie molto easy listening e di immediata comprensione, insomma, l'ideale per un AOR-maniac. Nessuna caduta di tono, nessun timore reverenziale del gruppo di proporre pezzi a volte persino al limite di influenze a dir poco commerciali. A cominciare dalla strabiliante e movimentata opener "WhoWill You Run To Now" , ci si addentra in uno strepitoso mondo fatto di chitarre sopraffine e melodiche e di ritornelli al bacio. "Wildest Dreams" , "Runaways" , "Heard It On My Radio" e la scoppiettante "Going Out With A Bang" esplodono in tutta la loro carica energetica, evidenziando anche una particolare attenzione nella scelta dei ritornelli e degli assoli, sempre precisi e mai scontati. Bellissimo il duetto di Henio con la bella singer dei Nightwish, Annette Olzon, sulla stupenda "Heart Full Of Fire" . C'è spazio anche per una sorta di inno al rock, come può dimostrare la suggestiva "I Am Rock" , molto divertente e quasi simile nel ritornello a un inno da stadio, una sorta di come-back a quella che era una specie di rito negli eighties. Insomma, questi cinque svedesi ci sanno fare, eccome. Non resta che riascoltare questo super disco, e attendere con asia il prossimo.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 2008 Etichetta: Spinefarm Genere: AOR
Tracklist:
01. Who Will You Run To Now 02. Wildest Dreams 03. Runaways 04. Game They Call Love 05. Play It From The Heart 06. Heart Full Of Fire (feat. Annette Olzon) 07. Heard It On My Radio 08. Going Out With A Bang 09. Out Of My Head 10. Chasing The Angels 11. I Am Rock
Line-Up:
Pekka Ansio Henio - Voce Erno "Emppu" Vuorinen - Chitarra Jason Flinck - Basso / Voce Tomppa Nikulainen - Tastiere Kalle Torniainen - Batteria
Potente, melodico, di classe e infinita eleganza artistica, un vero capolavoro. Possiamo definirlo così il nuovo lavoro degli americani House Of Lords, band capitanata dal singer/tastierista James Christian. "Come To MyKingdom" è un concentrato di melodie irresistibili e affascinanti, a cavallo tra l' AOR più ragionato e lussurioso e l' Hard Rock più roccioso e moderno. Il disco, composto da ben 13 pezzi, anzi 14, se consideriamo anche una versione acustica di "Another Day From Heaven" , pezzo di rara bellezza. Una serie di hit da capogiro permettono all'album di manifestarsi come uno dei più grandi episodi del 2008, e uno dei più grandi degli ultimi anni. "I Need To Fly" , "IDon't Wanna Wait All Night" , "In A Perfect World" e "One Foot In The Dark" riescono a trascinare l'orecchio dell'ascoltatore, il quale non impiega che un solo e semplice ascolto per appassionarsi alle stratosferiche melodie che gli vengono miracolosamente offerte. Non possono mancare poi delle power-ballad dal gusto sopraffino e di invidiabile orecchiabilità come "I Believe" e soprattuto la già più volte citata "Another Day From Heaven" , episodio di incredibile passione e sentimento. Come non citare poi "The Dream" , "You Every Move" e la stupenda title-track, potente e rocciosa. La produzione moderna e senza dubbio una delle più all'avanguardia fra quelle degli ultimi periodi, non può che esaltare al meglio ogni singolo pezzo, permettendo così un ascolto più agevolato e piacevole. Da menzionare la stupenda voce di Christian, molto espressiva e suggestiva. Puntuale e precisa la prova del resto della band, davvero sopra le righe, in particolar modo quella del chotarrista Jimi Bell, autore di assoli da capogiro e inestimabile raffinatezza. Un disco che non lascia prigionieri, ti avvolge in tutta la sua passione musicale e non ti lascia più, costringendo chi ascolta a premere il tasto di replay più e più volte. Bellissimo.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 2008 Etichetta: Frontiers Genere: AOR
Tracklist:
01. Purgatorio Overture No.2 02. Come To My Kingdom 03. I Need To Fly 04. I Don't Wanna Wait All Night 05. Another Day From Heaven 06. In A Perfect World 07. The Dream 08. One Foot In The Dark 09. Your Every Move 10. I Believe 11. One Touch 12. Even Love Can't Save Us 13. In The Light 14. Another Day From Heaven (Acoustic Version)
Line-Up:
James Christian - Voce Jimi Bell - Chitarra Chris McCarvill - Basso / Tastiere BJ Zampa - Batteria
Le “etichette” non sono mai state una cosa molto simpatica, soprattutto all’interno del panorama musicale. In questo mondo, infatti, si tende spesso a fare paragoni – molte volte fini a se stessi – i quali portano poi all’attribuzione, nei confronti di un singolo artista o di una band, di una “etichetta”, o un “marchio”, come dir si voglia. Verso la fine degli anni ’70, e in particolar modo agli inizi degli anni ’80, la critica non ha certo risparmiato gli svizzeri Krokus. Praticamente sin dagli albori dei magici eighties, i nostri sono stati letteralmente perseguitati da continue e ripetute insinuazioni, che relegavano la band di Marc Storace e Chris Von Rohr al ruolo della semplice copia dei ben più famosi e acclamati Ac/Dc. Il fatto poi che il timbro di voce di Storace risultasse pressoché identico a quello del compianto Bon Scott, sicuramente forniva una prova in più per l’accusa. Ma, sebbene non si possa certo negare che il quintetto svizzero abbia sempre considerato la band dei fratelli Young come un punto di riferimento, non ci si può certo limitare alle accuse di volgare imitazione. Così, quasi a voler cessare le ondate di polemiche, il 1983 risultò essere un anno fondamentale, non solo per la carriera dei Krokus, ma per l’intero panorama heavy. Proprio in questo anno, uscì il disco più famoso e di successo degli elvetici : "Headhunter" . Da qui, il sound della band subì una vera e propria svolta, avvicinandosi a ritmiche più pesanti ed aggressive, sulla scia di mostri sacri come Saxon e Judas Priest. Non fu certo una casualità se la produzione dell’album venne affidata all’esperto Tom Allom, storico produttore dei “Metal Gods” . Come un segnale importante si rivelò la partecipazione all’album di Rob Halford, in veste di ospite. Il risultato è un disco di puro e fumante heavy metal, tagliente come un coltello appena affilato e prossimo all’affondo. L’ascoltatore viene letteralmente travolto dall’aggressività di pezzi come la terremotante "Headhunter" , la graffiante "Eat The Rich" e la scoppiettante "Ready To Burn" , nella quale Storace duetta con Halford nel ritornello, riportando alla mente le accelerazioni spasmodiche della priestiana "Riding On The Wind" . Proprio Storace si dimostra assoluto protagonista del lavoro, sfoderando una prova ai limiti dell’umana comprensione, riuscendo a raggiungere tonalità molto elevate, aggiungendo inoltre quel pizzico in più di adrenalina e di cattiveria, elementi essenziali in ogni disco metal degno di rispetto. Ma il singer maltese dimostra di possedere una voce molto versatile, riuscendo a compiere nella meravigliosa "Screaming In The Night" – una delle canzoni più belle scritte dal gruppo in carriera - una prova assolutamente da applausi, presentando questa piccola perla come una delle più brillanti e di successo dell’intero lavoro. Fulmini e saette a ripetizione colpiscono senza tregua l’orecchio dell’ascoltatore, evocati magicamente dalla velocità funambolica di episodi come le saxoniane"Night Wolf" (con tanto di ululato nella parte iniziale) e "Stand And Be Counted" , l’elettrizzante "Stayed AwakeAll Night" (riuscita cover dei Bachman-Turner Overdrive), e la conclusiva ed epica "Russian Winter" (introdotta dalla strumentale "White Din"). I riff prodotti dalle chitarre sono più graffianti che mai, con la coppia di asce composta da Fernando Von Arb e MarkKohler sugli scudi, davvero molto ispirata e in forma smagliante, foriera di assoli da capogiro e ritmiche esaltanti. Non da meno le prove del bassista (nonché master-mind del gruppo)Von Rohr e del nuovo arrivato Steve Pace dietro le pelli. Una prestazione magistrale di tutta la band, unita ad uno dei migliori produttori dell’intera decade, aggiunta poi alla partecipazione di uno special guest d’eccezione, ha permesso a "Headhunter" di entrare di diritto fra le perle del panorama heavy degli anni ’80. Un platter importante e di grande successo, il quale riuscì a conquistare il disco di platino negli U.S.A. e ben due d’oro: nella madre patria Svizzera e in Canada. Un concentrato di classe e di potenza, che non può mancare per nessun motivo nella collezione di qualsiasi amante dell’heavy metal più classico e senza compromessi. Da avere a tutti i costi!
Anno: 1983 Etichetta: Arista Records Genere: Heavy Metal
Tracklist:
01. Headhunter 02. Eat The Rich 03. Screaming In The Night 04. Ready To Burn 05. Night Wolf 06. Stayed Awake All Night 07. Stand And Be Counted 08. White Din (Strumentale) 09. Russian Winter
Line-Up:
Marc Storace - Voce Fernando Von Arb - Chitarra Mark Kohler - Chitarra Chris Von Rohr - Basso Steve Pace - Batteria
Lo statunitense Michael Bolton - all’anagrafe Michael Bolotin - è indubbiamente stato, prima di dedicarsi ad altri generi musicali, una delle figure più importanti del rock melodico deglianni ’80. Se la carriera solista di questo grandioso cantante/chitarrista/compositore inizia già a metà dei ’70 (con l’omonimo "Michael Bolotin" del 1975 ed "Everyday Of My Life" del ’76), è però nel bel mezzo della decade successiva che riesce a trovare pieno consenso all’interno dello sconfinato panorama AOR. Furono infatti le pubblicazioni di tre dischi d’eccezione che proiettarono Bolton - questo il suo “nome d’arte”- in cima alle vette delle classifiche americane e mondiali: "Michael Bolton" (1983), "Everybody’s Crazy" (1985) e "The Hunger" (1987). Il disco “d’esordio”, inserito nel dorato contesto degli eighties, si rivela un vero e proprio gioiellino, tinto di melodie assolutamente easy-listening, con brani che non riescono a stancare neppure dopo ripetuti ascolti. Persino il songwriting si dimostra molto curato e convincente, nella composizione del quale Bolton è stato accompagnato da ospiti di elevata caratura, fra i quali si ricordano il talentuoso chitarrista Aldo Nova e la coppia d’asce composta dai fratelli Bruce (futura sei corde dei Kiss) e Bob Kulick. Molti sono i fiori all’occhiello di questo lavoro fantastico, ben concepito al punto da rendere di difficile impresa l'individuarne i punti deboli. La strepitosa "Fools Game" è uno degli emblemi più splendenti dell’offerta musicale ottantiana di Bolton, con le tastiere assolutamente protagoniste nella costruzione di una trama melodica dalla qualità sopraffina e fuori dalla norma. Ma, come si suol dire, il bello deve ancora venire. L’elettrica "Hometown Hero" e la scoppiettante "Fighting For My Life" , si offrono come gli episodi più “hard” dell’intero lotto, tracce in cui sono le chitarre a dettare le regole del gioco, così come nella maggiormente morbida "Paradise" . La composizione dei ritornelli, in particolare, è più che mai azzeccata: caratterizzati per la maggior parte da cori, a volte quasi dal retrogusto gospel ma più spesso dall’appeal molto catchy e coinvolgente, si affermano quali elementi indispensabili, al punto da divenire la vera arma vincente, come da tradizione per un buon disco di rock melodico. Ad indiscutibile conferma dell’ispirazione di Bolton nella scelta dei cori (ma anche dell’intera intelaiatura musicale) corrono in nostro aiuto tracce dal maggiore impatto emotivo, come la cadenzata "She Did The Same Thing" , "BackIn My Arms Again" , superba cover dei The Supremes, e l’altrettanto fantastica "Carrie" . L’intensa voce di Bolton si sposa a meraviglia con il tappeto sonoro composto dalla fusione alchemica di tastiere e chitarre, dove l’apporto non solo di Nova e dei Kulick brothers, ma anche degli altri numerosi partecipanti, si dimostra frutto d’ingegno musicale e di un appetito particolare per le trame più orecchiabili e spensierate. Non si possono non riportare gli esempi di "Can’t Hold On, Can’t Let Go" - impossibile scordare il ritornello corale una volta sentito - e della coinvolgente ballad "I Almost Believed You" , che chiude il lavoro in modo egregio, all’insegna del più dolce romanticismo. Senza ombra di dubbio, il debutto omonimo di MichaelBolton può essere tranquillamente considerato come un album d’assoluta rilevanza nel panorama melodico della nostra decade preferita: pieno di passione, ricco di spunti d’alto livello e con la preziosa partecipazione di validi artisti, il disco fu in grado di elevare Bolton al rango di protagonista della prima ondata AOR degli eighties. Da rispolverare senza esitazioni.
01. Fools Game 02. She Did The Same Thing 03. Hometown Hero 04. Can’t Hold On, Can’t Let Go 05. Fighting For My Life 06. Paradise 07. Back In My Arms Again 08. Carrie 09. I Almost Believed You
Line-Up:
Michael Bolton - Voce / Chitarra / Cori Bruce Kulick, Bob Kulick, Aldo Nova, Scott Zito - Chitarra Scott Zito, Mark Clarke - Basso Michael Braun, Chuck Burgi - Batteria Aldo Nova, Scott Zito, Mark Mangold, Doug Katsaros, Jan Mullaney, George Clinton - Tastiere Craig Brooks, Scott Zito, Mark Mangold, George Clinton - Voce
Per riprendere un banale ma illuminante slogan pubblicitario, a volte è meglio cambiare. In riferimento al panorama musicale, è proprio il cambiamento di sonorità che, in alcuni casi, ha portato al successo artisti o band, fino a quel momento non molto considerate, o perlomeno non proprio al centro dell’attenzione. Basterebbe riportare gli esempi di band come Def Leppard o Krokus. I primi, inizialmente dediti ad un heavy metal in perfetto british style, passando ad un hard rock melodico e cotonato, sono riusciti a pubblicare un capolavoro come "Hysteria" . I secondi, dopo i primi anni trascorsi a seguire le orme degli Ac/Dc, indurirono il proprio sound, arrivando alla creazione del super disco "Headhunter" . Anche per gli americani REOSpeedwagon, la sorte ha voluto, al pari dei gruppi sopra citati, che il cambiamento di rotta elevasse la band di Kevin Cronin fra le più importanti e influenti del panorama AOR internazionale. Se in principio il sound era maggiormente orientato verso l’hard rock, la svolta decisiva, orientata verso atmosfere più melodiche, avviene nel 1980, anno in cui venne dato alle stampe "Hi Infidelity" , un’autentica perla del genere. Un album che si può definire un assoluto capostipite per quanto riguarda il rock melodico degli anni ’80, in grado di fornire nuovi spunti e indicazioni per la maggioranza dei gruppi che seguiranno. Nel disco, infatti, è pressoché un’impresa impossibile trovare delle tracce sotto tono o di scarso mordente, essendo per la maggior parte tutte portatrici di un sound effervescente, spensierato e altamente orecchiabile, capace di far viaggiare il pensiero dell’ascoltatore come in un fantastico ed interminabile sogno. La trascinante opener "Don’t Let Him Go" , la scalpitante "Follow MyHeart" , l’elettrizzante "Tough Guys" , applicano alla perfezione la ricetta scritta nel sacro libro dell’AOR, a base di chitarre sempre più alla ricerca di una maggiore melodia, in grado di catturare l’attenzione in modo immediato, supportate egregiamente dalle tastiere, sfruttando a dovere i ritornelli molto catchy, difficili da cancellare dalla mente anche se si volesse. Esemplare, del resto, è la spensieratezza della scoppiettante "Out Of Season" , un tipico esemplare della perfetta sintesi di gusto melodico e di geniale intuizione, colonna sonora ideale per qualsiasi tipo di viaggio, reale o magari mistico. Un magico percorso che non sembra mostrare segni di brusche interruzioni o di spiacevoli imprevisti, alimentando la voglia matta di movimentato ed esplosivo rock n’ roll. Pezzi energici come "Shakin’ It Loose" e "Someone Tonight" , centrano in pieno, ed al primo colpo, l’obiettivo di riuscire a mantenere alta la temperatura, e perfino il volume dello stereo. Gran parte del merito va ricercato senza dubbio nella carismatica figura di Kevin Cronin, indiscusso leader e mastermind del combo americano. Principale indiziato della svolta sonora, si dimostra un ottimo compositore ed intenditore, nonché abile polistrumentista, occupandosi sia della seconda chitarra che del piano, oltre naturalmente, della voce principale. Il suo genio, ma oserei dire, il suo pizzico di follia, diviene tangibile nella curiosa "In Your Letter" , capace di proiettare l’immaginazione indietro di qualche decennio, con la sua cadenza tipicamente anni ’60. Si resta comprensibilmente senza parole poi, quando ci si trova al cospetto dell’inestimabile bellezza di ballad dal gusto sublime quali "Take It On The Run" , "I Wish YouWere There" , ma, in particolar modo, della magnifica "Keep On Loving You" , il singolo che ha proiettato Cronin e soci in cima alla vetta delle classifiche americane e di mezzo mondo. Come sia possibile resistere alle forti sensazioni cariche di romanticismo che questi sdolcinati episodi sono in grado di evocare nell’animo di chi ascolta, non pare umanamente comprensibile. Basterebbe citare, infine, dei semplici e freddi dati statistici per evidenziare l’importanza ottenuta da un lavoro come "Hi Infidelity" . Il disco, infatti, è divenuto l’ LP rockpiù venduto del 1981, rimanendo nelle classifiche per ben 65 settimane, 32 delle quali trascorse nella Top Ten. Ma, al di là dei gelidi calcoli matematici, il lavoro in questione si è affermato come il più importante della carriera dei REO Speedwagon, nonché una delle pietre miliari eimprescindibili del genere. Non può essere assolutamente trascurato da ogni appassionato di queste sonorità. Colonna portante.
01. Don’t Let Him Go 02. Keep On Loving You 03. Follow My Heart 04. In Your Letter 05. Take It On The Run 06. Tough Guys 07. Out Of Season 08. Shakin’ It Loose 09. Someone Tonight 10. I Wish You Were There
Line-Up:
Kevin Cronin - Voce / Chitarra / Piano Gary Richrath - Chitarra / Voce Bruce Hall - Basso / Chitarra / Voce Neal Doughty - Tastiere / Piano / Organo Alan Gratzer - Batteria / Voce
Un pezzo di storia dell' AOR. Questo è Jimi Jamison, storico singer dei Survivor, band che ha letteralmente spopolato negli anni '80, grazie anche al genio di Jim Peterik, chitarrista, tastierista e compositore dai gusti raffinati e dal genio intramontabile. In questo 2008, il duo delle meraviglie fornisce ancora prova del suo straordinario affiatamento, dando alle stampe il bellissimo "Crossroads Moment" . Melodia, passione e sentimento, queste sono sempre state le caratterische dei lavori di Peterik& co, e questa nuova uscita non è certo da meno. Ben 15 pezzi sono presenti, ma praticamente non esistono cadute di tono o episodi che possano scatenare noiosi sbadigli. "Bittersweet" , "Can't Look Away" , "Make Me A Believer" , "Love TheWorld Away" senza dimentacare la superba title-track, portano quell'energia che solo i maestri del rock melodico sanno conferire ai loro pezzi. Monumentale è il pezzo "When Rock WasKing" , in grado di trasferire a chi ascolta il proprio carico nostalgico, ricordando i bei tempi in cui il rock governava il mondo della musica e ed esplodeva nei cuori di milioni di persone. Una serie incredibile di ospiti rende ancora più luminosa la luce di questo pezzo, a cominciare da JoeLynn Turner (ex Rainbow) e Dave Bickler, singer che prestò la voce alla super hit da classifica "Eye Of The Tiger" . Come sempre, le ballad sono il punto forte di Jamison e Peterik. Episodi quali le stupende "Bittersweet" , "As Is" e la magnifica "Lost" (a mio avviso il punto più alto del disco) portano tutta la loro malinconia e il loro romanticismo. A metà strada tra ballad e ritmi più sostenuti sono le bellissime "She's Nothing To Me" , "That's Why I Sing" e " 'Till The Morning Comes" . La voce di Jamison è ancora ricca di passione ed espressività e la chitarra/tastiera di Peterik incide come ai bei vecchi tempi di "WhenSecondsCount" . Un disco che illumina nuovamente i nomi di Jimi Jamison e Jim Peterik nella scena AOR, dimostrando che uno dei generi pià amati è ancora vivo, anzi, di questi tempi probabilmente è il più ispirato e ricco di spunti decisamente positivi. Grandi, come sempre.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 2008 Etichetta: Frontiers Genere: AOR
Tracklist:
01. Battersea 02. Can’t Look Away 03. Make Me A Believer 04. Crossroads Moment 05. Bittersweet 06. Behind The Music 07. Lost 08. Love The World Away 09. She’s Nothing To Me 10. As Is 11. ‘Till The Morning Comes 12. That’s Why I Sing 13. Friends We Never Met 14. When Rock Was King 15. Alive (European Bonus Track)
Line-Up:
Jimi Jamison - Voce Jim Peterik - Chitarra / Tastiere / Voce Christian Cullen, Joef Hokstra - Chitarra Klem Hayes, Billy Siniar - Basso Ed Breckenfeld - Batteria Christian Cullen, Jeff Lanz - Tastiere Joe Lynn Turner, Dave Bickler, Mike Reno, Don Barnes, Mickey Thomas, Thom Griffin - Voce
Dopo la pubblicazione di "The Number Of The Beast" , che ha indubbiamente segnato per sempre non solo la carriera degli Iron Maiden, ma soprattutto la storia dell' Heavy Metal, la band inglese è oramai una band affermata e di successo. Il successivo, molto bello, "Piece OfMind" conferma gli inglesi al top tra le band del genere. Ma, probabilmente, uno degli album più amati dai fan è il lavoro uscito nel 1984, intitolato "Powerslave" . A cominciare dalla meravigliosa copertina, dove il nostro amato Eddie è rappresentato come una sfinge egiziana dallo sguardo potente e minaccioso, il disco si rivela essere una vera e propria perla. L'accoppiata iniziale formata da "Aces High" e "2 Minutes To Midnight" è oramai un pezzo di storia, un duo mozzafiato, a base di riff granitici e melodici al tempo stesso. L'ideale per iniziare al meglio e con grinta un concerto, come, del resto, spesso i Maiden hanno fatto, e fanno tutt'ora, ben sapendo che non è possiible resistere ai ritornelli più che orecchiabili e da cantare a squarciagola. Una raffica di chitarre veloci e ispirate quindi, come nel caso di "Flash Of TheBlade" (utilizzata anche da Dario Argento nella colonna sonora del suo "Phenomena" ), che non lasciano scampo all'ascoltatore, inchiodandolo alla sedia. Esempio lampante è la strumentale "Losfer Words (Big 'Orra)" , dove il duo Dave Murray / Adrian Smith si lasciano guidare dalla loro ispirazione, sotto la guida del "capo" Steve Harris e del pazzoide Nicko McBrain. I ritmi serrati sono all'ordine del disco, come confermano le superbe "The Duellists" e "Back InThe Village" (con una spettacolare risata terrificante posta nel finale). I due pezzi conclusivi mostrano tutto il lato poetico della "Vergine di Ferro" : prima la title-track, dal ritmo orientaleggiante, ma soprattutto, la conclusiva e meravigliosa "Rime Of The Ancient Mariner" (tratta dall'opera omonima del poeta Samuel Taylor Coleridge), coinvolgono nel loro pathos, grazie anche ad un ancora straordinario Bruce Dickinson, interprete eccezionale, capace di evocare sensazioni magiche come pochi altri sanno fare. "Powerslave" , quindi, rappresenta uno degli episodi più riusciti nella discografia degli Iron Maiden, immancabile nella vostra collezione. Fantastico e ispirato.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 1984 Etichetta: EMI Genere: Heavy Metal
Tracklist:
01. Aces High 02. 2 Minutes To Midnight 03. Losfer Words (Big 'Orra) 04. Flash Of The Blade 05. The Duellists 06. Back In The Village 07. Powerslave 08. Rime Of The Ancient Mariner
Line-Up:
Bruce Dickinson - Voce Dave Murray - Chitarra Adrian Smith - Chitarra / Voce Steve Harris - Basso / Voce Nicko McBrain - Batteria
Gli anni ottanta sono riconosciuti dalla quasi totalità degli appassionati, forse alla pari con i seventies, come la decade che ha visto la nascita del maggior numero di generi musicali veri e propri, dai più orecchiabili e catchy, ai più estremi e violenti. In particolare, la parte iniziale del nostro decennio preferito, fino ad oltre la sua metà, può vantare un numero impressionante di gruppi che dedicano anima e cuore all’AOR, un genere che riesce passo dopo passo a guadagnare sempre più estimatori, grazie a gruppi come Foreigner, Survivor, Toto e, oserei dire soprattutto, Journey. Ed è proprio nell’arco di questo periodo (1986) che vede la luce "RaisedOn Radio" , la nona fatica del quintetto americano, e, forse, la realizzazione più difficile, perché si trova a dover confermare il successo ottenuto grazie a degli autentici manifesti dell’AOR come "Escape" (1981) e "Frontiers" (1983). La formazione viene rivoluzionata quasi inaspettatamente, infatti, tranne gli “intoccabili” Steve Perry (voce), Neal Schon (chitarra) e Jonathan Cain (tastiere), sia il bassista Ross Valory, che il batterista Steve Smith (che in ogni caso, prima della dipartita, suonò su alcuni pezzi dell’album), vengono tagliati fuori per “differenze musicali e professionali” (o perlomeno questa è la scusa ufficiale), e sostituiti, rispettivamente, da Randy Jackson e Larrie Londin, abili comunque nel non far rimpiangere i loro predecessori. Il parziale sconvolgimento della line-up, e la pesante eredità rappresentata dai precedenti capolavori, potrebbero essere due colpi letali per qualsiasi band, essendo due elementi di possibile instabilità che possono persino, nei casi più estremi, portare alla crisi di idee e l’inizio di quel calo di popolarità che tanto spaventa e che è sempre minacciosamente dietro l’angolo. Questo melodrammatico e drastico finale è facile che possa appartenere ad una qualsivoglia band, ma non ai Journey, che una band “normale” non lo sono mai stata. Non a caso, il quintetto di San Francisco riesce a forgiare un altro album sensazionale, un’altra prova che dimostra (se ce ne fosse ancora il bisogno) la maturità artistica e compositiva raggiunta dai nostri, in grado di elevarsi e di distinguersi, come pochi sanno fare, dal resto delle formazioni che compongono l’intero panorama del rock melodico, giungendo a plasmare un proprio sound, facilmente riconoscibile, unico ed inimitabile. Non c’è scampo per chi si appresta ad ascoltare questo lavoro, perché si deve preparare ad una serie interminabile di hits, in grado di far impallidire chiunque solamente con un loro semplice accenno: "Girl Can’tHelp It" , "Positive Touch" , "Suzanne" , "Be Good To Yourself" e la title-track, possiedono tutte un’energia ed una carica incredibile, una melodia meravigliosa ed affascinante, in grado di far sognare ad occhi aperti l’ascoltatore, che non può fare a meno di concedersi un secondo, terzo, quarto ascolto. Le tastiere di Jonathan Cain lasciano letteralmente senza parole per la magia che riescono ad imprimere alle canzoni, creando quell’atmosfera tipica dei sogni più squisitamente romantici, dai quali non ci si vorrebbe mai svegliare, e si dimostrano come l’elemento fondamentale e imprescindibile del Journey-sound. Steve Perry (che assume anche il ruolo di produttore) si mantiene ai livelli altissimi di "Escape" e "Frontiers" , la sua voce danza fra le note fantasiose della tastiera di Cain e della sei corde di Schon, ancora una volta interpretando alla perfezione ogni singola strofa, immedesimandosi completamente nel personaggio, come solo il più grande attore cinematografico in un film da oscar può fare. Ovviamente il sig. Neal Schon non può mancare fra i protagonisti: la sua chitarra offre dei riffs ad altissimo livello, degli assoli di gusto sopraffino, unendo grande capacità tecnica alla passione per la melodia di gran classe, senza sdegnare, all’occorrenza, l’energia e l’incisività tipica del rock. Il risultato di questa perfetta simbiosi musicale è esaltato, anche questa volta, dalle meravigliose ed ammiccanti ballads: "Once You Love Somebody" , "Happy To Give" , "I’ll Be AlrightWithout You" , "The Eyes Of A Woman" , "It Could Have Been You" , "Why Can’t ThisNight Go On Forever" , rappresentano il lato più sentimentale, introspettivo e romantico di Schon e compagni, e riescono a colpire quello più nascosto dell’ascoltatore, il quale non può che rimanere scioccato e sorpreso e, perché no, anche emozionato e commosso, dalle toccanti e passionali melodie, davvero uniche e senza eguali per il sentimento profondo che riescono ad esprimere. Questa che avete di fronte è l’ultima perla che ci viene generosamente offerta prima di un lungo silenzio che durerà dieci interminabili anni. Un altro splendido capolavoro, un altro successo (oltre 2 milioni di copie vendute), un altro magnifico esempio di rock melodico che ogni band di questo filone dovrebbe seguire, un altro pezzo da collezione. In poche parole: un altro disco dei Journey. Fantastico ! Luca “El Pata” Corsi
01. Girl Can’t Help It 02. Positive Touch 03. Suzanne 04. Be Good To Yourself 05. Once You Love Somebody 06. Happy To Give 07. Raised On Radio 08. I’ll Be Alright Without You 09. It Could Have Been You 10. The Eyes Of A Woman 11. Why Can’t This Night Go On Forever
Line-Up:
Steve Perry - Voce Neal Schon - Chitarra / Voce Jonathan Cain - Tastiere / Voce Randy Jackson - Basso Larrie Londin - Batteria
Chicago, Stati Uniti d’America, estate del 1988. Il sole batte forte durante tutto l’arco della giornata, rendendo il clima afoso e secco, così, durante la notte, è davvero troppo caldo per dormire. Fare le ore piccole diventa un’abitudine, una dolce consuetudine, durante la quale, tra una birra fresca e l’altra, l’ispirazione e l’intuizione creativa possono prendere il sopravvento. A quanto pare, i nostri Jim Peterik, Frankie Sullivan e Jimi Jamison, sembrano aver dormito veramente poco nel corso di quell’estate, permettendo in questo modo di lasciarsi coinvolgere e trascinare dalla loro musa ispiratrice, la quale, sussurrando delicatamente all’orecchio, ha suggerito il giusto percorso da seguire, guidando la mano dei tre musicisti nella creazione di qualcosa di magico. E’ così che viene alla luce uno dei piùgrandi dischi di AOR degli anni ’80 : "Too Hot To Sleep" . Ebbene si, dopo il capolavoro chiamato "Vital Signs" (1984) e l’altrettanto meraviglioso "When Seconds Count" (1986), il cerchio si chiude con questo lavoro di rara bellezza che, al tempo, venne forse un po’ troppo (ed ingiustamente) sottovalutato. Semplice dimostrazione è il fatto che ogni canzone presente nella tracklist potrebbe tranquillamente essere considerata una hit da classifica, a cominciare dagli episodi più elettrizzanti. "She’s A Star" e il suo hard rock molto corposo (quasi atipico per il quintetto americano), "Rhythm Of The City" , la “corale” "Here Comes Desire" , l’emozionante "Tell Me I’m The One" , l’energica "Can’t Give It Up" e la title-track, si dimostrano senza dubbio all’altezza delle perle proposte nei due album precedenti, offrendo un rock melodico raffinato – del resto come in tutti i lavori dove appare il nome di Peterik – e d’indubbia eleganza, al cospetto del quale l’ascoltatore altro non può fare che rimanere estasiato. Da sottolineare, come sempre, la stratosferica prova di Jimi Jamison dietro al microfono, un cantante a dir poco incredibile, la quale voce riesce a donare quel qualcosa in più ai pezzi, in termini di emotività, passionalità e grinta. Non da meno il geniale polistrumentista Jim Peterik – qui sia alla chitarra che alla tastiera – in grado di porre nuovamente il proprio nome (ed ingegno) in tutti i testi, seguito fedelmente dalla sei corde dell’altrettanto puntuale FrankieSullivan. Il trio delle meraviglie, riesce a tirare fuori il meglio di se, in modo particolare nelle ballad e negli episodi dal forte contenuto sentimentale. Le romantiche emozioni evocate da "Desperate Dreams" , le atmosfere sognanti di "Across The Miles" , il ritmo coinvolgente di "Burning Bridges" , permettono al disco di aumentare l’intensità della sua già forte luce, grazie anche alla grande scorrevolezza dei ritornelli proposti. Menzione particolare merita, a mio avviso, la straordinaria "Didn’t Know It Was Love" , un episodio che riesce con successo nel difficile compito di unire le melodie struggenti create dalle chitarre, alle sensazioni malinconiche delle tastiere, il tutto impreziosito dalla esuberante prova di Jamison, che arriva direttamente al cuore dell’ascoltatore, confezionando, senza esagerare, una delle canzoni AOR più emozionati dell’intera decade. Nella storia di questo genere, poche band hanno saputo confezionare una vera e propria “trilogia” di masterpiece. Solo i più grandi riescono nell’impresa di superare se stessi ogni volta, pubblicando lavori all’altezza o addirittura superiori a quelli del passato. Ebbene, i Survivor riescono nell’impossibile, marchiando a fuoco il loro logo nelle sacre pagine dell’AOR, accanto a quello di Journey e Toto, grazie al trio "Vital Signs" – "When Seconds Count" – "Too Hot To Sleep" . Un trio eguagliabile solo da pochi altri, nonché un esempio da seguire per tutti i gruppi della scena. Il tassello finale del puzzle. Irrinunciabile !
01. She’s A Star 02. Desperate Dreams 03. Too Hot To Sleep 04. Didn’t Know It Was Love 05. Rhythm Of The City 06. Here Comes Desire 07. Across The Miles 08. Tell Me I’m The One 09. Can’t Give It Up 10. Burning Bridges
All’inizio degli anni ’90 fondere progressive e metal sembrava un esperimento impossibile considerando le sonorità soft e ricercate del prog e quelle dure e toniche del metal. Nessuno però sapeva che una band, con un album all’attivo e una gavetta non indifferente tra locali e pub americani, stava preparando una pietra miliare che ha dato definitivamente una svolta a questo tabù della musica. "Images And Words" è un vero e proprio manifesto della musica metal e non solo. I 5 americani generarono dei veri e propri capolavori che riescono a tenere l’ascoltatore estasiato in qualsiasi episodio di questo album. In "Images And Words" riusciamo a trovare melodia, tecnica sopraffina, composizioni epiche e tanta voglia di stupire il mondo musicale. L’opener ''PullMe Under'' è il pezzo che ha lanciato i Dream Theater al grande pubblico riscuotendo grandissimo successo, soprattutto grazie alla voce del nuovo singer (sostituto di Charlie Dominici) James LaBrie dotato di una voce che si impone in qualsiasi canzone. La traccia 2 è "Another Day" , grandi melodie e soprattutto un assolo magistrale del chitarrista JohnPetrucci, anche qui la prestazione di LaBrie è sopra le righe. Il cantante da prova del suo talento nel ritornello da pelle d’oca, memorabile. Il viaggio prosegue con le stupende "Take TheTime" e "Surrounded" , pezzo di altissima qualità compositiva ed emotiva e un solo geniale quanto coinvolgente di Petrucci ma l’apice del disco (per molti l’apice della band in assoluto) è sicuramente "Metropolis, Part I: The Miracle And The Sleeper" , un opera d’arte più che una semplice canzone. Qui la band dimostra tutta la propria competenza compositiva e tecnica al massimo livello. Memorabile l’assolo del bassista John Myung , sconvolgenti le parti strumentali del tastierista Kevin Moore e del sempre presente Petrucci, per finire, un applauso speciale all’ “orologio svizzero” Mike Portnoy, mago degli incastri e debitore al mitico Neal Peart (Rush). La band vuole stupirci di nuovo ed infatti "Under a Glass Moon" riesce a farci emozionare ancora, merito soprattutto della linea vocale, che è stratosferica come nel pezzo seguente "Wait For Sleep" che nonostante la breve durata (cosa rara in questo album) riamane scolpito subito nella nostra mente dal primo ascolto. L’album si conclude con "LearningTo Live" , canzone dagli arrangiamenti prettamente prog ed intricati che chiude in modo epico questo lavoro d’antologia. "Images And Words" sfiora la perfezione, canzoni potenti e convincenti come quelle appena analizzate si trovano raramente. I Dream Theater sono riusciti ad esplorare frontiere che a quell’epoca sembravano pericolose. Fondere due generi come il prog ed il metal per poi sfornare un lavoro così bello è da ricordare per sempre. Per stupire ci vuole volontà e coraggio che qui sono espressi in note anziché in immagini e parole. Grazie Dream Theater.
Francesco "unforgiven1988" Rossi
Anno: 1992 Etichetta: ATCO Records Genere: Prog Metal
Tracklist:
01. Pull Me Under 02. Another Day 03. Take The Time 04. Surrounded 05. Metropolis, Pt. 1: The Miracle And The Sleeper 06. Under A Glass Moon 07. Wait For Sleep 08. Learning To Live
Line-Up:
James LaBrie - Voce John Petrucci - Chitarra John Myung - Basso Kevin Moore - Tastiere Mike Portnoy - Batteria
Sembra che i Journey, nei primi anni ottanta, avessero stipulato un patto con il diavolo. Questa ironica ma significativa espressione nasce spontaneamente subito dopo l’ascolto del presente capolavoro, denominato semplicemente, ma in modo significativo, "Frontiers" . Se, infatti, "Escape" è da considerarsi come uno dei più grandi album AOR della storia, quest’opera è, appunto, una chiave d’accesso che ci accompagna sino alle frontiere di una dimensione sconosciuta ai più, che racchiude i segreti preziosi e fondamentali per la composizione di un lavoro pressoché perfetto. Se "Don’t Stop Believin' " era la punta di diamante dell’illustre predecessore, in questo caso è "Separate Ways (Worlds Apart)" la stella più luminosa, con quelle tastiere che creano un’atmosfera quasi spaziale che sembra provenire da altri mondi, quel suo incedere trascinante e quel ritornello coinvolgente che ormai fa parte della storia del rock. Il quintetto americano si dimostra poi ancora il padrone incontrastato delle ballad: "Send Her MyLove" , "After The Fall" , "Faithfully" e "Trouble Child" , sono episodi che lasciano letteralmente senza fiato per la quantità impressionante di emozioni che riescono ad evocare nell’animo dell’ascoltatore. Le tastiere dell’ispirato Jonathan Cain disegnano melodie sognanti ed appassionate, in grado anche di far commuovere per il romanticismo ed il sentimentalismo espresso, soprattutto nelle già citate "Faithfully" e "After The Fall" , a tratti davvero toccanti. Che dire poi del sempre più stupefacente Steve Perry, singer che con la voce e la grandiosa capacità d’interpretazione, riusciva a donare alle canzoni quel qualcosa in più che le rendevano magiche (e uniche). Gli episodi più energici del disco sono altrettanto sensazionali e di caratura assai elevata: l’arrembante "Chain Reaction" , l’avvincente "Edge Of The Blade" , la travolgente "Back Talk" , la coinvolgente "Rubicon" e la futuristica "Frontiers" , sono tutti pezzi che riescono con successo nel plasmare un perfetto connubio di ritmi elettrici e d’impatto, atmosfere fantascientifiche (ascoltare la title-track per credere) e melodie trascinanti, tanto ricercate quanto facilmente apprendibili. La chitarra di Neal Schon riesce al solito a ritagliarsi il suo spazio in modo più che degno, nonostante siano le tastiere di Cain a dominare la scena, sfoderando ancora riffs di classe e di eleganza sopraffina, che contribuiscono ad accrescere il già inestimabile valore dell’opera. Così, a soli due anni di distanza dal loro primo capolavoro, i Journey riuscirono a ripetersi, sfoderando una prova ai limiti della perfezione e regalando ai tanti fans e all’intero mondo della musica un’altra pietra miliare di hard rock raffinato e armonioso, collocabile di diritto fra gli album più importanti e rappresentativi del genere (e non solo). L’assenza di questo gioiello dalla vostra collezione non può essere tollerata. Obbligatorio !
01. Separate Ways (Worlds Apart) 02. Send Her My Love 03. Chain Reaction 04. After The Fall 05. Faithfully 06. Edge Of The Blade 07. Trouble Child 08. Back Talk 09. Frontiers 10. Rubicon
Line-Up:
Steve Perry - Voce Neal Schon - Chitarra / Voce Ross Valory - Basso / Voce Jonathan Cain - Tastiere / Chitarra / Voce Steve Smith - Batteria
Una grande nostalgia del passato. Quante volte avete provato questa malinconica sensazione quando, in certi giorni, vi siete fermati dinanzi al vostro giradischi a riascoltare i vostri albums preferiti e gelosamente custoditi. O magari solo per pochi minuti, quando la semplice visione della copertina cartonata ha fatto ripartire il treno dei ricordi, diretto senza soste agli irripetibili anni ’80, una decade nella quale la parola impossibile sembrava non avere alcun significato, perlomeno in ambito musicale. Proprio dall’incantevole magia degli albori di quegli anni (correva l’anno 1982), proviene una gemma di rara bellezza : "Dawn Patrol" , firmato dagli americani Night Ranger. Il quintetto di San Francisco, capitanato dal cantante/bassista Jack Blades e dal chitarrista Brad Gillis, supportati egregiamente da Jeff Watson (seconda chitarra), AlanFitzgerald (tastiere) e Kelly Keagy (batteria), non poteva certo esordire in modo migliore, riuscendo a forgiare uno degli album più importanti che l’ hard rock melodico ricordi. Già, perché raramente si trovano perle di inestimabile bellezza come l’opener "Dont TellMe You Love Me" , con quel suo incedere trascinante e incalzante, unito ad una melodia assolutamente gustosa ed evocativa, ed un ritornello che è oramai diventato indimenticabile per ogni fan del genere. Probabilmente il pezzo più famoso dei Night Ranger, sicuramente uno di quelli che dovrebbero essere insegnati sui banchi di scuola. Ma ovviamente un album degno degli onori di questo genere non si può e non si deve limitare ad un singolo episodio per potersi affermare a grandi livelli, così sono molte ancora le piacevoli sorprese e le delizie che ci vengono generosamente offerte: l’affascinante "Sing Me Away" , l’arrembante "At Night She Sleeps" , la terremotante "Eddie’s Comin’ Out Tonight" (con dei riffs a tratti molto aggressivi) e l’adrenalinica "Can’t Find Me A Thrill" (anche in questo caso la velocità è davvero elevata), tutte manifestazioni di un hard rock di classe sopraffina e di irresistibile ingegno (evidenti le influenze progressive), che sanno perfettamente unire la durezza tipica del rock ottantiano made in U.S.A. , ad eleganti e spensierate melodie, che colpiscono l’orecchio dell’ascoltatore grazie anche alla immancabile facilità dei ritornelli proposti. Non è possibile, ne tollerabile poi, dimenticare episodi come "Young Girl In Love" , con il suo inedito romanticismo elettrico, la granitica "Play Rough" , che sembra quasi voler sottolineare la voglia del gruppo di darci dentro, l’altrettanto irresistibile "Money" , e “l’autobiografica” e conclusiva "Night Ranger" , che sa unire ritmi sostenuti a incredibili accelerazioni. Per quanto riguarda le ballad infine, nel disco è presente un solo capitolo che può essere considerato come tale, "Call MyName" , ma ragazzi, ce ne fossero di canzoni così, con quel sublime e delicato sottofondo di tastiera iniziale (da notare la precisa e puntuale prova di Alan Fitzgerald) che accompagna la voce di Blades, prima che il ritmo si faccia più sostenuto. Signori, quello che avete sotto il naso è un disco epocale, dove protagonista è una band in forma smagliante e con un’ispirazione ai livelli massimi, capace di amalgamare in maniera splendida forti influenze melodiche, alla caparbietà e alla grinta del rock duro a stelle e strisce. Un altro gioiello scintillante che non deve assolutamente mancare nel vostro scrigno! Imperdibile !
01. Don’t Tell Me You Love Me 02. Sing Me Away 03. At Night She Sleeps 04. Call My Name 05. Eddie’s Comin’ Out Tonight 06. Can’t Find Me A Thrill 07. Young Girl In Love 08. Play Rough 09. Penny 10. Night Ranger
Line-Up:
Jack Blades - Voce / Basso Jeff Watson - Chitarra Brad Gillis - Chitarra Alan Fitzgerald - Tastiere Kelly Keagy - Batteria / Voce
I miracoli accadono veramente. Lo penso, e me ne convinco sempre di più, tutte le volte che mi capita di osservare ed ammirare un quadro stupendo, un’opera d’arte, tutte le volte che rimango emozionato e pienamente coinvolto dalle scene di un colossal cinematografico, tutte le volte che mi capita l’occasione di ascoltare qualcosa di incredibile, di sensazionale, qualcosa che possieda la divina potenza di far crescere dentro di noi qualcosa di magico, che rapisce il nostro animo e lo trasporta in un viaggio senza fine, dove nemmeno la fervida immaginazione della mente più geniale è in grado di arrivare. Ma i miracoli, a volte, non sono opera di dei misericordiosi, di entità sovrannaturali o di spiriti immortali, ma sono atti compiuti e partoriti, in un momento di massima ispirazione creativa, da “semplici esseri umani”, da “comuni mortali”, che in questi frangenti si avvicinano, fino al punto di rendersi simili, a coloro che miticamente hanno generato e sorreggono l’umanità. Il miracolo in questione è riportato, a partire dall’anno 1984, nelle sacre pagine dell’AOR, ed è conosciuto ai fedeli come "Vital Signs" , benevola concessione fatta a noi poveri pellegrini dai prescelti Survivor. Questo prodigio si è potuto verificare grazie alla santa alleanza tra quell’autentico portento del rock di nome Jim Peterik, e la celestiale voce di JimiJamison, nominato sostituto del defezionario Dave Bickler : il primo si conferma come uno dei re indiscussi ed incontrastati della scena, occupandosi della chitarra, delle tastiere e persino del basso, con una incredibile disinvoltura, al confine tra l’umano e il sovrannaturale; il secondo dimostra di essere un singer dalle tonalità intense e passionali, uno dei migliori interpreti del genere, senza dubbio con una marcia in più del suo pur bravo predecessore, in particolar modo grazie al suo dono innato di saper trasmettere emozioni molto intense. Se Peterik e Jamison possono essere considerati come i protagonisti principali, gli altri membri della band non sono certo delle semplici comparse, infatti Frankie Sullivan (chitarra), Stephen Ellis (basso) e Marc Droubay (batteria) rendono al massimo delle loro potenzialità, sia nella stesura dei testi (come nel caso di Sullivan), sia nella costruzione delle melodie, che diverranno un tratto distinguibile del gruppo. Sentimenti di meraviglia e di stupore si susseguono nella mente e nel cuore dell’ascoltatore al punto di raggiungere l’esasperazione quando si trova al cospetto di nove capolavori di tale bellezza ed eleganza, che non mostrano punti deboli. Episodi come "I Can’t HoldBack" , "High On You" , "First Night" , "Broken Promises" sono dei veri e propri raggi di sole, che rappresentano la sintesi musicale perfetta di melodia passionale e trascinante, di romanticismo dai forti toni sensuali e sdolcinati, che si sposano magistralmente con l’hard rock d’alta scuola, il tutto sotto la puntigliosa direzione del maestro Peterik, che ci delizia con il suo delicato tocco, ora alla tastiera, ora alla chitarra, per lui sembra proprio non fare differenza. L’artista ideale da avere al proprio fianco, tessitore ingegnoso delle trame musicali, che si fondono armoniosamente con il fascinoso timbro vocale di Jamison, qui probabilmente al gradino più alto della sua esperienza musicale. Tutto questo è un vero e proprio paradiso per i buon gustai dei ritmi spensierati e dei ritornelli orecchiabili, tipici della decade, simboleggiati superbamente da canzoni come "Popular Girl" , "It’s The Singer Not The Song" , "I SeeYou In Everyone" , manifestazioni di un rock melodico molto catchy ed easy-listening, che scorrono in tutta tranquillità, senza mai cadere però nella banalità. Davvero emozionante il modo in cui la tastiera di Peterik riesce a disegnare l’atmosfera amorosa delle dolci ballads "TheSearch Is Over" ed "Everlasting" , malinconiche quanto basta, da considerarsi fra i pezzi più romantici che l’AOR ricordi. Cari fratelli, "Vital Signs" rappresenta un capitolo di fondamentale importanza nella divina storia del rock melodico, che ha proclamato i Survivor come una delle band più importanti e di successo degli anni ’80 e non solo, e si impone come una imprescindibile fonte di ispirazione per coloro che verranno. A noi fedeli resta solo il compito di diffonderne la conoscenza anche ai popoli che ne ignorano l’esistenza. Una manna dal cielo.
01. I Can’t Hold Back 02. High On You 03. First Night 04. The Search Is Over 05. Broken Promises 06. Popular Girl 07. Everlasting 08. It’s The Singer, Not The Song 09. I See You In Everyone
Line-Up:
Jimi Jamison - Voce Frankie Sullivan - Chitarra / Voce Jim Peterik - Chitarra / Tastiere / Basso / Voce Stephan Ellis - Basso Mark Droubay - Batteria
Un'opera magna, epica, introspettiva, affascinante. Con questi termini potrebbe essere riassunto il contenuto di "Nostradamus" , l'ultima fatica targata Judas Priest. Proprio così, un conceptalbum, il primo per la band inglese, una novità, e che novità ! La "trama" (si, penso proprio che si possa dire così) del lavoro è incentrata sulla figura di Michel de Notre-Dame, un uomo sopravvissuto ad una grave pestilenza, erudito in molti campi del sapere scientifico del suo tempo, affascinato da varie correnti mistiche, magiche, alchemiche, un poeta e un visionario. Diventato famoso, fu circondato da molti potenti, ma viveva sempre nel terrore di essere processato per eresia dal Tribunale della Santa Inquisizione, per il disaccordo delle sue teorie con la visione della Chiesa. Una vita tormentata ed unica, raccontata magnificamente in quasi due ore di musica (suddivisi in due dischi), a base del metal tipico dei Priest. Al primo ascolto nn si riesce bene a d assimilare il disco, necessità di numerosi ascolti, ma poi, almeno per chi scrive, ti entra dentro e nn esce più. "Prophecy" , "Revelations" , "Pestilence AndPlague" (nella quale Halford canta delle parti in italiano), "Exiled" e la title-track (dove si sente ancora il profumo di "Painkiller"), sono pezzi che emanano epicità da tutti i pori, grazie anche all'apporto delle tastiere suonate dal mitico Don Airey (Deep Purple). La voce di RobHalford è drammatica ed evocativa al punto giusto, la quale riesce a far tornare alla memoria le magnifiche intrpretazioni di "Sad Wings Of Destiny"(1976) ricche di pathos e di passionalità. La drammaticità delle vicende del profeta visionario vengono espresse ottimamente, grazie a delle atmosfere a tratti angoscianti e tristi, alternati a momenti di maggior furore ed potenza. Non è facile da scoltare, ma "Nostradamus" può essere senza dubbio considerato il più grande album dei Priest dai fasti di "Painkiller"(1990). Da sottolineare sono senz'altro anche le splendide illustrazioni presenti nel libretto, inoltre, è disponibile una versione limitata dell'album in formato libro, ed una in doppio vinile (davvero da collezionisti ! ). Per chi vi parla, un disco fenomenale. Un inchino per i "Metal Gods" , ancora una volta.
Luca "El Pata" Corsi
Anno: 2008 Etichetta: Epic Genere: Heavy Metal
Tracklist :
CD - 1 01. Dawn Of Creation 02. Prophecy 03. Awakening 04. Revelations 05. The Four Horseman 06. War 07. Sands Of Time 08. Pestilence And Plague 09. Death 10. Peace 11. Conquest 12. Lost Love 13. Persecution
CD - 2 01. Solitude 02. Exiled 03. Alone 04. Shadows In The Flame 05. Visions 06. Hope 07. New Beginnings 08. Calm Before The Storm 09. Nostradamus 10. Future Of Mankind
Line-Up:
Rob Halford - Voce Glenn Tipton - Chitarra K. K. Downing - Chitarra Ian Hill - Basso Scott Travis - Batteria